Astana, lettere dalla steppa… A teatro una metafora delle disillusioni

di un epoca. Intervista con l’autore

di Pino Moroni dal sito internet "Art a part Of Culture".

Il 22-23-24 febbraio al Teatro Azione di Roma (via dei Magazzini Generali, 34) alle 21, andrà in scena Astana, lettere dalla steppa, uno spettacolo scritto e interpretato da Giovanni Bonacci.

Astana, capitale del Kazakistan, Astana città quasi invisibile dal tumultuoso sviluppo; Astana spunto e metafora per raccontare il drammatico esito delle manifestazioni svoltesi nel 2011 nel distretto petrolifero di Zhanaozen, soffocate nel sangue, eventi che, purtroppo, non hanno avuto un’adeguata eco internazionale.

L’intervista al giovane autore attore racconta come e perchè Bonacci sia stato ispirato da una realtà tanto lontana e, forse, così diversa dalla nostra attuale.

Con tanti argomenti caldi”(e sicuramente più vicini al pubblico) perché hai deciso di scrivere uno spettacolo sul Kazakistan?

Se avrò la fortuna di replicare questo spettacolo, sarà sicuramente la domanda alla quale dovrò più rispondere.
Le motivazioni sono molteplici, e la prima in ordine di tempo è stata una davvero banale: la curiosità per una realtà lontana e poco conosciuta.
Solo dopo è entrata in gioco l’ambizione. E con essa lo studio della realtà Kazaka.

Cosa intendi per ambizione ?

Mi riferisco al desiderio di costruire uno spettacolo la cui coerenza interna fosse, già di per sé, una risposta alla domanda d’apertura. Domanda alla quale, comunque, non mi sottraggo.
Innanzi tutto credo che il Kazakistan sia, per una serie di malaugurate circostanze, il paese più adatto a raccontare le inquietudini della nostra epoca. Le sue contraddizioni. La sua intima disillusione.

Perche “il più adatto”?

Perché ricco di ambienti in cui un fallimento (o un equivoco ) si è cristallizzato in un simbolo, in un ambiente fisico, come le navi arenate sul fondo del lago d’Aral, prosciugato per la deviazione di due fiumi (dirottati verso i campi di cotone ); o la città di Semipalatinsk, l’unico grande centro abitato che ha dovuto convivere per decenni con esperimenti nucleari tenuti nelle vicinanze…

Si, ma il tuo spettacolo parla di Astana, la capitale.

Astana è la madre dei simboli che il Kazakistan ci offre: è quello che, di certo, ci parla più da vicino. Incarna la smodata voglia di crescita del mondo occidentale, la sua sete di successo, la sua tendenza a scordare presto la realtà e rifugiarsi in una nuova allettante utopia.

Sapresti spiegare in poche parole come (e perché) Astana rappresenti tutto questo ?

Fondata nel 1997 sulle ceneri d’una città già esistente, Astana è stata da subito contraddistinta da una personalità architettonica surreale. Monumenti alti decine di metri, auditorium avveniristici, costruzioni eccessive nelle dimensioni e insolite nella forma. E’ una città che mostra i muscoli; grida al mondo che il Kazakistan è un paese ricco di risorse energetiche (e desideroso di investimenti stranieri).
Eppure le condizioni di vita della popolazione sono difficili in molte regioni e gli artefici di questa riscossa economica (gli operai direttamente impegnati nelle trivellazioni ) godono d’una parte minima dei guadagni realizzati. Nel 2011 nella cittadina di Zhanaozen hanno avuto luogo delle grandi manifestazioni. Lavoratori del settore petrolifero chiedevano alcuni miglioramenti salariali, molti di loro hanno perso la vita negli scontri con la polizia locale.
Ma gli spunti non finiscono qui. Astana si propone anche come simbolo del nuovo Kazakistan : il Kazakistan post-sovietico; tuttavia molte dinamiche proprie della vecchia classe dirigente sono state ereditate dalla nuova. La libertà di parola rimane scarsa, i dissidenti (siano essi politici o cittadini comuni) non hanno vita facile. Basti pensare che il presidente in carica (Nursultan Nazarbayev, già segretario del partito comunista kazako) è al suo quarto mandato consecutivo e sta diventando Presidente a vita.
Tutto deve cambiare perché ogni cosa resti uguale, verrebbe da dire.

Dunque un Kazakistan che rispecchia e amplifica problemi a noi molto vicini. Un Kazakistan che ci fa, in qualche modo, da monito.

Certo che si. Inutile sottolineare che la nostra democrazia, con tutti i suoi difetti, è ben lontana dai regimi pseudo-dittatoriali cui stiamo assistendo in centro-Asia. La somiglianza maggiore risiede piuttosto nel fatto che anche il nostro paese sta vivendo un periodo di forti tensioni sociali.
Situazioni intricate come quelle dell’ “Ilva” di Taranto o di numerose sedi della Fiat ci mostrano operai alle prese con salari bassi ed estenuanti trattative sindacali. Gli operai dello spettacolo rimandano inevitabilmente anche a loro; questo per quanto riguarda la nota socialmente significativa dello spettacolo.
Ma in scena si dipanerà assieme a questo (direi “tramite” questo)  anche un altro discorso. Intimo. Privato.
Mi piace descrivere tramite Astana le illusioni dietro le quali molta gente si rifugia, la suggestione del nuovo e dell’altrove ( così diffusa anche quella ), e l’irrealtà di questi edifici così reali.
Non dimentichiamo che lo spettacolo è il monologo d’un personaggio. Gli sentiamo raccontare i suoi primi vent’anni di vita e la sua amicizia con un ragazzo che troverà la morte proprio a Zhanaozen. I sentimenti privati, la “questione privata”…è qui che bisogna ricercare il cuore dello spettacolo.

“Lettere dalla steppa".Ti riferisci con questa espressione al messaggio che questo paese, cosi lontano, ci manda?

Ecco un’ interpretazione suggestiva! Anche il titolo può significare più cose e non una sola… ? Io intendevo con queste parole qualcosa di più attinente al testo. Il riferimento è alla parte finale dello spettacolo, interamente occupato dall’intenso epistolario tra i due amici: l’uno, il protagonista, rimasto ad Astana; l’altro, come ho detto, trasferitosi nella steppa per lavoro.
Da una parte il neon – barocco dell’avvenire, un’Astana che sentiamo più volte chiamare “circo” o “parco-giochi”; dall’altra un mondo rimasto indietro ma, per tanti versi, più reale. Una città che si chiama Zhanaozen ed è prossima al mar Caspio, ma avrebbe anche potuto chiamarsi Sheffield, Torino, Detroit. Sono tante le città industriali nel mondo. E la storia di ognuna ha le sue pagine drammatiche.

Non è dunque uno spettacolo strettamente narrativo. Né un semplice “documentario”.

Per nulla. L’ho scritto mettendomi dalla parte del pubblico, cercando di farlo sentire vicino alla vicenda. I dati arrivano, e sono molti, ma il punto di vista è sempre interno. Il documentare ed il fare teatro vanno mescolate con cautela. O il pubblico si sente coinvolto, o inizia un corpo a corpo con lo spettacolo, che porta poi lontano dalla vicenda.
Lo spettacolo più che a un documentario somiglia ad un dialogo, e il pubblico è uno degli interlocutori.

Avvicinare il pubblico partendo da qualcosa di tanto lontano. Una scelta insolita.

Insolita, ma giustificata. La storia del teatro e della letteratura ci presenta numerosi autori che, per rappresentare le intime angosce di un’epoca ( o di un’anima ), hanno ideato un universo simbolico originale. Kafka tesse delle intricate trame narrative che partendo dal quotidiano ci guidano passo, passo all’evocazione, al sogno; Beckett rappresenta un mondo al “grado-zero”, che, proprio dalla sua mancanza di riferimenti conosciuti, trae un’enorme potenzialità comunicativa. Io ho fatto una cosa molto più semplice: ho attinto ad un contesto che già di per se è simbolo e me ne sono servito in scena. Servendomi del corpo della nuova capitale kazaka, ho cercato di condurre il pubblico verso dimensioni più intimiste…
E scena dopo scena, monumento dopo monumento, credo che il pubblico quasi avrà la sensazione di conoscere la città, o, per lo meno, riuscirà a capire cosa rappresenti Astana nella sua personalissima esperienza.