Sotto-Fondo

di Giovanni Bonacci

Al teatro La Fonte di Castalia di Roma
dal 21.06.2010 al 23.06.2010

con Giovanni Bonacci, Giuseppe Marzio
Regia "Giovanni Bonacci"

Due giovani uomini, d’ indole diametralmente opposta,si incontrano in un  “non luogo” ed ingaggiano una lotta-ora fisica, ora psicologica- per accattivarsi i favori di un terzo “lui” che mai si vede in scena. Dapprima sono convinti d’essere loro stessi  gli arbitri  del proprio destino,finchè un evento inatteso gli rivela l’esistenza di “volontà” più grandi, da cui dipende la loro stessa esistenza. Sullo sfondo d’una scenografia scarna l’azione si rivela essere l’unica possibilità di salvezza… un bivio. Uno dei tanti bivi disseminati lungo il cammino degli esseri umani.

I mille dubbi che si affacciano alla mente prima di imboccare l'una o l'altra strada che, una volta percorsa, inevitabilmente conduce verso una determinata direzione. Valutare bene la decisione e i cambiamenti che questa comporterà. E se fossimo posti non davanti all'uomo che deve decidere, ma di fronte alla materializzazione delle due possibilità? Come si comporterebbero le due ipotetiche parti?
La simmetria della scenografia rappresenta appunto un ideale bivio: due sedie, due comodini e due telefoni. Dietro, al centro, c’è un baule chiuso. Due uomini si affronteranno in questo spazio, due identità che si confrontano. Il primo personaggio all’inizio è nervoso, accende una sigaretta dopo l'altra senza finire di fumarne nessuna. Poi è più calmo e disposto ad aspettare "la decisione" senza influenzare il diretto interessato, l’altro, più nervoso e agitato, vorrebbe cercare di scoprire i criteri della scelta. Parlano di abiti e scarpe che gli sono stati forniti, elementi che indosseranno al momento opportuno per prepararsi all’evento. Ci sono delle regole da rispettare: loro non possono influire sulla scelta in modo diretto. I due parlano di questa scelta che qualcuno, e non loro, deve affrontare. Sarà un combattimento all'ultimo sangue o una reciproca consolazione?  In uno spazio indefinito e senza tempo i due personaggi parlano, aspettano, discutono animatamente non trovando un accordo sul da farsi. L’identità di entrambi è indissolubilmente legata alla volontà di un terzo uomo esterno che comunica con loro attraverso i due telefoni. Dubbi e rimorsi, l’attesa della fine, la paura dei rimorsi, tutto è successo altre volte prima del loro caso. L’ambiguità dei discorsi genera suspense e la tensione è tangibile negli atteggiamenti dei personaggi. A prendere corpo sulla scena è la metafora della scelta, o meglio, degli interminabili atti che la precedono. Chi dei due finirà nel baule, nel calmo e piatto lago della consolazione? Chi sarà invece l’eletto che prenderà corpo assumendo un’identità concreta e tangibile? La scelta rimarrà incerta fino alla fine quando un’ultima telefonata darà il segnale dell’avvenuta decisione. Gli attori attraverso soprattutto la gestualità e la corporeità, passano infatti da apparenti momenti di calma a improvvisi scatti collerici, rendono tangibile l’atmosfera ambigua ed enigmatica che permea l’intera pièce.

 

Recensione tratta da Moviebrat di Maria Chiara Fratoni


Sotto-Fondo

Recensione tratta da Teatroteatro.it "di Mariaelena Prinzi

Tutto è cominciato poco meno di un anno fa. Tutto dipende dal suo sguardo.In una stanza fuori dal tempo e dalla spazio si consuma un’attesa snervante...

 

Trama:

Due giovani uomini, d’ indole diametralmente opposta,si incontrano in un  “non luogo” ed ingaggiano una lotta-ora fisica, ora psicologica- per accattivarsi i favori di un terzo “lui” che mai si vede in scena. Dapprima sono convinti d’essere loro stessi  gli arbitri  del proprio destino,finchè un evento inatteso gli rivela l’esistenza di “volontà” più grandi, da cui dipende la loro stessa esistenza. Sullo sfondo d’una scenografia scarna l’azione si rivela essere l’unica possibilità di salvezza...

 

Recensione:

Tutto è cominciato poco meno di un anno fa. Tutto dipende dal suo sguardo.In una stanza fuori dal tempo e dalla spazio si consuma un’attesa snervante. Lui  che “quella sera” si  comportava nel tale modo e che aveva “quello sguardo particolare”  sta per decidere. Soltanto uno di loro sarà la sua “scelta”. Chi sono, dove siamo, chi è lui: niente di tutto ciò è dato di sapere. Bisogna attendere, avere pazienza.

I due uomini si confrontano, il loro nervosismo è sottolineato dal frenetico accendersi e spegnersi delle sigarette. I loro corpi tentano di assecondare l’andamento ritmico delle parole. A volte arrancano, ma senza perdersi d’animo ricominciano. Lo “scarto” finirà nel baule, giù in fondo. Ma questi due esseri senza nome cosa sono in realtà? Sembrano fatti di sangue e carne, ma forse sono soltanto illusioni, idee, scelte. Due diverse vie che l’individuo, forse non totalmente cosciente di sé, potrebbe intraprendere. E se l’individuo optasse per una “non scelta” cosa accadrebbe?

In una scenografia minimalista e speculare composta da due sedie , due comodini e due telefoni si muovono questi due esseri. Difficile distinguerli perché non hanno identità. Il numero uno-Bonacci serafico, sicuro, ironico; il numero due-Marzio irruento, sanguigno, generoso con il compagno di scena, naturale anche a costo di “sporcare” qualcosa. Si attaccano, si deridono, si confidano riuscendo a rendere efficace un testo che forse vuole rendere omaggio a Beckett, Pinter e a tutto il teatro dell’assurdo. Eppure talvolta qualcosa non arriva: è come in alcuni punti si creasse un vero e proprio muro di incomunicabilità tra di loro. Ma come un bambino che inciampa, si sbuccia un ginocchio e si rialza, anche loro continuano imperterriti appoggiandosi a un entusiasmo misto a emozione che in alcuni punti arriva e tocca. Un testo interessante che potrebbe essere sviscerato ulteriormente. Un’analisi impietosa dell’uomo del XXI secolo che di fronte a una scelta non sa far altro che chiedere la garanzia che la scelta non comporti sofferenza.Ma come diceva un filosofo danese nello scegliere non importa tanto lo scegliere bene o male quanto l’energia e il pathos con il quale si sceglie:poiché è nell’essenza stessa della scelta che risiede l’intima dignità dell’uomo.

 


La foto del martedì. L’approccio letterario e quello

telematico alle storie della vita.

 

Immaginare un mondo futuro in cui un narratore racconti il cuore di una vicenda di rapporti personali nell’indistinto passaggio tra scrittura creativa tradizionale e nuovo linguaggio del web. In una descrizione al dettaglio di una storia ordinaria, comune, che si evolve in una nuova relazione tecnologica. Questo il racconto monologo (a più voci e fotografie) La foto del martedì di e con Giovanni Bonacci, per la regia di Enrica Nizzi e Matteo Quinzi, andato in scena al teatro Rumore di fondodi Monteverde, a Roma.

 

L’inizio con la presentazione del giovane Luca, ormai trentenne, alla ricerca del primo lavoro. Tipo originale, scanzonato, libero, con entusiasmo informa la sua ragazza che è stato finalmente assunto. Una fase nuova in cui i due possono vivere insieme. Laura è felice di una vita in coppia fatta di scoperte e lo rivela a tutti. Luca, ancora in fase creativa, sta scrivendo un romanzo, un suo grande romanzo. Come gli altri giovani, se il lavoro serve per vivere, per vivere serve anche una aspirazione: diventare manager, attore, romanziere, critico, artista ecc..

Forte di una scuola mimica e vocale che bada all’essenziale Bonacci ha interpretato i ruoli di Luca e Laura e del narratore, facendo emergere qua e là la stretta cerchia dei sodali, con un ritmo sempre costante, mentre le fotografie in slide, con altri due attori, scorrevano sullo schermo sulla sinistra del palco.

Ma il narratore mette in scena la Storia: “Mentre ci mostravamo sempre più incapaci di scrivere un romanzo volontariamente abbiamo acquisito la capacità di farlo soprappensiero, nostro malgrado, quasi senza rendercene conto: una società di autori involontari”. Purtroppo Luca, anche se contornato di amici e colleghi brillanti e vitali, mette un impegno sempre maggiore nella stesura del suo libro e senza accorgersene si chiude nel suo studio in lunghe meditazioni. “Il libro è scritto da due persone, quella con la penna in mano e quella con gli occhi sulla pagina”. Cresce una sua incapacità di correlarsi con gli altri, di produrre il libro, di comunicare con gli sguardi, con i contatti fisici. La voglia di fare qualcosa per se non si trasforma nella bravura di poterlo far conoscere agli altri. Bravo l’interprete a soffrire qui anche spiritualmente, quasi rifuggendo il suo corpo, questa fase di trapasso, di fallimento, di introversione.

Il narratore interprete si trova in un impasse. Laura, che desidera anche un bambino, viene invece marginalizzata e pian piano decide di mettere fine alla relazione. Luca esce dall’ossessione letteraria e torna a vivere, ma non bastano Stefano, Gregorio e Francesco, amici spontanei coi quali uscire di nuovo. Luca sente il bisogno di riconquistare la sua donna. E tenta allora con il social network, discreto, mellifluo, nel quale senza troppo apparire come presenza fisica, comunque comunica. E’ la fine dello scrittore tradizionale, finisce per scrivere un diario invece di un romanzo, una cronaca invece di un racconto, inviando a Laura una foto ogni martedì. Vecchie foto di loro innamorati, luoghi visitati, amici, situazioni. Laura non riuscirà a sfuggire al pensiero di lui.

Mentre le correnti letterarie del novecento, attraverso racconti autobiografici, inseriti in un contesto storico, compivano il miracolo della catarsi letteraria, attraverso facebook  notizie e note vengono traslate dalla realtà senza alcun contesto, senza storia romanzata letteraria e trascendente. Tutto si banalizza in foto e piccole frasi essenziali. Sul video di fondo compare a lungo la frase “Mi piace”. Bonacci con le sue capacità interpretative esprime concetti e filosofie in una narrazione che si fa più sofisticata. I tempi ed i modi della letteratura, dice, sono in conflitto con la vita spicciola di tutti i giorni. Si velocizzano i tempi lunghi del racconto. Rimangono solo accenni di tematiche e pensieri senza alcuna elaborazione ed approfondimento. Tutto deve essere essenziale ed efficace subito. Si sviluppano le capacità di usare il mezzo nuovo che arriva al punto. “Un posto dove tutti hanno qualcosa di importante da dire, un posto in cui nessuno ha qualcosa importante da trasmettere, ma tutto è funzionale”. I tempi stretti della tecnologia sono anche la paura di tante parole che possono troppo rivelare. Meglio nascondere o camuffare, si raggiunge meglio lo scopo di comunicare qualcosa, piccola ma sempre importante.

Mentre il narratore commenta un lontano racconto di vita, le immagini (bellissima la lunga scala vista dai due innamorati in un giardino, mai esplorato) riportano i dettagli di quello che avrebbe potuto essere la vita passata e che potrebbe essere la nuova. L’operazione telematica, semplice e diretta alla fine vince. Laura chiede un incontro ed il fermo immagine proiettato, che dimostra la storicità dei fatti, è quello di un abbraccio dei due attori interpreti. Il finale è lasciato, nell’alternanza delle tre voci, solo al narratore, punto di vista esterno e futuro, che porta ad esempio una storia di quel periodo in cui si disimparò a comunicare come nel passato, ma si trovò un metodo di comunicazione comunque efficace. Al pubblico l’arduo dilemma di giudicare se l’attore sia riuscito a ridurre un testo d’autore, così gravido di grande attualità. “Se una notte d’inverno un viaggiatore…”.

di Pino Moroni per Art a Part of Culture